"Città dei morti". Questo l'epitaffio che, un anno fa, venne tristemente attribuito a Muzaffarabad. Dopo il distruttivo terremoto di magnitudo 7,6 gradi della scala Richter, che provocò nella regione oltre 45mila morti e danni per più di duemila miliardi e mezzo di franchi, oggi la capitale del Kashmir pachistano si è trasformata in una "Città di profughi". Nel distretto di Muzaffarabad, grazie a una visita organizzata da SOS Villaggi di bambini Svizzera e al supporto in loco dell'equivalente associazione sociale pachistana, ho avuto modo di vedere con i miei occhi, e fotografare, l'effetto della forza devastatrice di una natura che sempre più pare ingiusta. Un'intera regione appartenente a uno degli Stati considerati tra i più poveri al mondo, popolata da centinaia di migliaia di persone, quasi totalmente rasa al suolo.
IMPRONTE DELLA SPEDIZIONE
Muzaffarabad si trova a circa cinque ore di auto dalla giovane capitale del Pakistan: Islamabad, prima tappa del viaggio. Un centro abitato moderno quest'ultimo, molto diverso in strutture e offerte rispetto a Lahore - antica capitale dell'impero Moghul nonché attuale città culturale del Pakistan. Diversi e più caratteristici anche i tanti pittoreschi paesini che si incontrano lungo la "Grande strada maestra", che unisce i due capoluoghi (Islamabad e Lahore) attraverso una caratteristica zona rurale tra bazar, coltivazioni di riso, alte fornaci di fabbriche di mattoni, asini carichi, carretti di paglia e donne con il velo, uomini che si tengono per mano in segno d'amicizia e bambini che giocano a cricket con mazze occasionali... Giunti a Muzaffarabad, capoluogo dell'Azad (libero) Kashmir - la parte occupata dai pachistani equivale a un terzo di ciò che risulta ormai essere un'area senza patria ufficiale, mentre la porzione restante del Kashmir è di dominio indiano - si ha l'impressione che giaccia tutt'oggi sotto le macerie di migliaia di stabili.
Ciò che rimane sono stracci colorati appesi al vento, in netto contrasto con il grigiore di pietre, con i residui di cemento e il fango secco che rende inagibili strade e sentieri nei giorni di pioggia o nel periodo dei monsoni. Fortemente colpita dalla furia di una terra - forse ribellatasi a quelle tensioni belliche, che hanno portato una splendida regione montuosa e verdeggiante a isolarsi dal mondo per sostenere una continua lotta per il territorio - Muzaffarabad, a un anno dalla catastrofe naturale, si mostra come un interminabile campo profughi. Dove, anziché case, a punteggiare il paesaggio sono le tende donate da associazioni benefiche e Stati accorsi in aiuto. Attorno agli accampamenti, solo rovine: servizi igienici sospesi in un apparente vuoto, locali senza pavimenti, porte irraggiungibili di strutture inaccessibili sezionate con precisione da un crollo improvviso di pareti, ora invisibili...
Al suolo qualche giocattolo, stipiti di finestre frantumate, vistose cartacce miste a scarti alimentari putrefatti, cumuli di materiale edile sbriciolato. E il pensiero corre al giorno dopo di quel fatidico 8 ottobre del 2005, quando iniziarono le ricerche dei sopravvissuti: chissà se o quanti vi sono ancora oggi sepolti qui, nel centro di Muzaffarabad, ma anche là, sotto la terra franata di una grande fetta di montagna staccatasi come un castello di sabbia inaridita. Eppure, in mezzo a tanta desolazione, un intenso calore umano infonde un po' di ottimismo; alla morte statica rappresentata dai detriti, fa da contrasto una colorita attività di gente in lento ma continuo movimento: bancarelle di frutta ben esposta gialla, verde, porpora e arancione, bugigattoli di tessuti sgargianti, carretti con spezie e pietanze, muli da traino, capre in gregge, vacche al pascolo, galline ingabbiate, contrattazioni medievali, un tè caldo sempre pronto per gli ospiti, sguardi curiosi e sorrisi infiniti, quasi manifestanti un pizzico di riconoscenza per i tanti aiuti ricevuti.
SOS VILLAGGI DEI BAMBINI
45.432 è il numero dei morti accertati nella regione del Kashmir pachistano, di cui molti erano bambini. Significativo, a tal proposito, il commento a caldo del capo di Stato maggiore pachistano che affermò: "Il terremoto ha spazzato via la nuova generazione del nostro Paese". D'altro canto a tutt'oggi non è ancora dato sapere con precisione quanti siano i piccoli superstiti rimasti orfani. Anche se i dati alla mano non lasciano molto spazio all'ottimismo.
Purtroppo, a un mese dalla consegna delle chiavi, il sisma ha distrutto anche uno splendido villaggio in costruzione, che si trovava sulla collina a ridosso della montagna franata, epicentro del terremoto. Costato un milione di dollari era stato voluto da SOS Villaggi dei bambini del Pakistan ed era destinato ad accogliere un centinaio di piccoli orfani in una decina di case, sotto la lodevole filosofia dell'associazione internazionale (che avremo modo di presentare in un prossimo articolo). Sconsolati ma non scoraggiati, i responsabili dell'associazione locale (che si autofinanzia, grazie a donatori pachistani in patria e all'estero) hanno già pronto un nuovo progetto, che attende solo un terreno su cui concretizzarsi. Nel frattempo, oltre ad aver contribuito alla creazione e al mantenimento di un campo profughi a Muzaffarabad, SOS Villaggi dei bambini del Pakistan ha avviato un programma di emergenza con la creazione di un "Shelter", ovvero una struttura che ospita tra gli 85/90 ragazzi dall'età compresa fra i 3 e i 18 anni, tutti superstiti del terremoto (di cui 55 sono già pronti per essere trasferiti nei vari villaggi dell'associazione). Un luogo ospitale che rappresenta per questi giovani un riparo caldo, accogliente e sicuro.
Come è accaduto anche alle due piccole gemelline anch'esse sopravvissute alla catastrofe. Orfane della mamma, il padre non ha più nulla per potersi prendere cura di loro. Le piccole avevano solo 6 mesi quando, nel dicembre del 2005, sono arrivate al centro di Rawalpindi. Un paese situato a pochi chilometri da Islamabad, dove SOS Villaggi dei bambini è operativa con un villaggio molto vasto e pieno di risorse, comprese scuole, istituti tecnici, infermeria e tant'altro. Erano molto ammalate a causa di problemi respiratori. Oggi stanno bene e vivono con la loro mamma putativa e altri nove fratelli: un augurio di nuova vita a Kinza e Aneesa, simbolo di tutti gli orfani scampati al dramma di Muzaffarabad.
Azione, 10 ottobre 2006.
Progetti attuali di SOS Villaggi di Bambini